Fides et Irratio

vescovo1Leggiamo con sorpresa e sconcerto su La Stampa di oggi (11.10.2009) le dichiarazioni di due esponenti della Chiesa del nostro territorio sulla vergognosa conclusione del caso Fondi. Una è dell’arcivescovo di Gaeta, Fabio Bernardo D’Onorio, che dice: «Ho spronato i miei sacerdoti a non schierarsi politicamente e a tenere un basso profilo, anche perché non si sa come va a finire questa vicenda».

Con tali affermazioni si liquida il problema del contrasto alle mafie come una questione di strumentalizzazioni politiche, con un argomento che assomiglia curiosamente proprio a quello usato dagli amministratori di centrodestra. Ebbene è un modo non proprio nobile per eludere un problema grave, quello della mafia. Perché in questo caso, Monsignore, non si trattava di schierarsi politicamente da una parte o dall’altra: si trattava invece di schierarsi dalla parte dello Stato e delle sue istituzioni, dalla parte del Prefetto e delle forze dell’ordine, della Magistratura e della Direzione Antimafia, infine dalla parte del Ministero dell’Interno, che tutto quel lungo e faticoso lavoro aveva ratificato ufficialmente, prima di rimangiarsi improvvisamente la parola (e gli atti).

Ebbene ci sono stati gruppi politici che si sono schierati dalla parte delle istituzioni e altri che – dal banco degli imputati – si sono posti contro di esse, mettendo in dubbio la correttezza del loro lavoro e, cosa ancor più grave, rendendole più esposte a rischi. Bisognava aspettare «perché non si sa come va a finire questa vicenda» (questo sì che sa di opportunità politica!) o piuttosto prendere una posizione ferma contro la mafia e a difesa dello Stato e dei suoi coraggiosi servitori? Perché questa è stata la scelta di un sacerdote che alla battaglia contro le mafie dedica la sua vita, Don Luigi Ciotti, e a lui e alla sua associazione va tutto il nostro rispetto e la nostra ammirazione. Don Ciotti lo ha fatto seguendo la sua coscienza e la vocazione alla giustizia che gli impone il Vangelo, senza stare a guardare il colore di quelli che aveva affianco.

Lo ha fatto anche in nome di Don Cesare Boschin, il parroco che non molto lontano da Fondi, a Borgo Montello, è stato brutalmente ucciso dalla camorra per aver denunciato lo sversamento di rifiuti tossici che ha avvelenato la nostra terra. Lei ha già dimenticato il sacrificio di Don Cesare?

«Dobbiamo aver fiducia nelle istituzioni – dice invece don Guerino Piccione, parroco di Fondi – la gente è stanca di sentirsi descrivere come il paese dei clan. Ora è meglio per tutti tornare alle urne, non se ne può più di un’atmosfera cupa e sfiduciata». Il problema, caro Don Guerino, sta proprio nel tornare alle urne quando indagini, commissioni e relazioni hanno accertato che il sistema di voti a Fondi e il consenso politico sono fortemente inquinati e drogati dai rapporti della politica con la criminalità organizzata. Per questo era stato ritenuto necessario – proprio da quelle istituzioni per le quali invoca fiducia – lo scioglimento del consiglio comunale e il commissariamento straordinario.

Le dimissioni strumentali dei nostri amministratori avrebbero dovuto allertare tutti come un tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità, accertate dal prefetto e sottoscritte – lo ribadiamo – dal ministro dell’Interno. Che in meno di un mese ha sconfessato quello che andava ripetendo (e firmando) da un anno. Perché nessuno di voi ha preso posizione contro questo Ponzio Pilato?

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